Tag

, , , , , , , ,

(Breve divulgazione filosofica ad uso di studenti disperati)

 

Oggi mi sono svegliata storta. Ce l’avevo con Kant. L’autore che, pur detestando, ho studiato più a fondo nel mio percorso. Non c’è nulla di più  stereotipatamente “tedesco” di lui, forse solo Hegel gli sta alla pari: stessa metodicità, stessa pignoleria e antipatia da parte mia! Mah… de gustibus… tanto amo Nietzsche, Pascal, Schopenhauer, Kierkegaard, tanto mal sopporto questa simpatica coppia.

Cosa volevo prendere in analisi? Il grande punto cruciale di Kant: la questione della metafisica. La prima fesseria che tutti (o quasi) i professori di liceo propinano a riguardo è la mitica sentenza “Kant fa uscire la metafisica dalla porta, per farla rientrare dalla finestra”. Gentili signori, vi consiglio un veloce ripasso delle prime due Critiche (Ragion Pura e Ragion Pratica) nonché della Religione nei limiti della semplice ragione. Perché? Perché affermando cotale sentenza, dimostrate di aver travisato opera ed effetti della critica kantiana. E soprattutto incartate il cervello ai poveri studenti che si chiederanno come mai, dopo aver sentito definire Kant un grande sistematico, questi saltellava di palo in frasca senza un perché. Ma iniziamo dal principio.

Il buon Immanuel, ahilui, aveva deciso di fare ordine nel guazzabuglio di teorie che da Cartesio in poi si erano andate accumulando, e soprattutto voleva chiarire quale fosse il ruolo delle diverse scienze. Un bel giorno, si trovò con la metafisica tra le mani: e ora che ne facciamo? È scienza? Non è scienza? Da qui nasce il gran lavoro della Critica della Ragion Pura: definito cosa è scienza (giudizio sintetico a priori), ci si accorge che la metafisica, poverella, resta fuori dalla definizione. Mein Gott! Dopo tutto questo lavoro, la metafisica, fino a quel momento la regina delle scienze, resta tagliata fuori. Come risolvere questo problema? Un filosofo, dannazione, non può togliere valore alla metafisica, sarebbe come levarsi il pane di bocca! Infatti, il buon Immanuel decide di non far uscire la metafisica (già in lacrime) dalla porta (chiaro, gentili signori?). La prende in mano e la contempla un po’. Allora, cos’è? Non è scienza, non si avvale dei giudizi sintetici a priori. Però usiamo i suoi concetti di base da un paio di migliaia di anni, è roba buona, è un peccato buttarla via. A qualcosa serviranno, anche se non sono scientifici. Allora… idea di Dio… idea dell’anima… idea di Cosmo… Eh beh, proprio nei giudizi sintetici a priori non ci possono stare: non possiamo fare esperienza scientifica (secondo il metodo scientifico) né del cosmo, né dell’anima, tantomeno di Dio. Non li possiamo portare in laboratorio e sottoporre a esperimento, sono cose un po’ oltre l’umana possibilità. Come mai però abbiamo questi concetti e li usiamo? Sono idee trascendentali, che mostrano la tendenza dell’intelletto umano alla totalità, tuttavia non si possono considerare fenomeni in senso stretto. Da queste tre idee sono derivati i grandi errori della metafisica: la psicologia razionale, la cosmologia razionale e la teologia razionale. Di fondo, tutte e tre commettono un analogo errore: trasformare entità che in effetti sono sconosciute in fenomeni indagabili. La psicologia razionale non fa altro che applicare la categoria di sostanza all’io penso: ma l’io penso è un’unità formale, ignota, a cui non è possibile applicare alcuna categoria. La cosmologia razionale usa il concetto di “mondo”, ossia la totalità dei fenomeni cosmici: di fatto, non esperibile (da qui le antinomie). Infine, la teologia razionale ha avuto la pretesa di voler dimostrare Dio, secondo tre prove fondamentali: quella ontologica (Anselmo, Anselmo: l’esistenza non è un predicato, non possiamo fare il triplo salto carpiato dal piano logico a quello ontologico, è chiaro!), quella cosmologica (perché usare così il concetto di causa? Il principio di causa è una regola di connessione dei fenomeni applicata dal nostro intelletto, non può collegare i fenomeni con qualcosa che è oltre il fenomeno! Si ricade nella prova ontologica!), la prova fisico-teologica o teleologica che dir si voglia (ma perché dall’esperienza dell’ordine del mondo vogliamo saltare a tutti costi ad una Mente ordinatrice trans-fenomenica? Non siamo autorizzati a saltare da finito all’infinito!).

Rimugina che ti rimugina, Kant ha finalmente l’illuminazione: ecco a cosa servono questi concetti! Non servono per “fare scienza” (la metafisica non è una “scienza dura”, diremmo oggi) ma hanno una funzione regolativa! Servono a indirizzare la ragione verso la totalità, quindi verso la massima estensione e la massima unità sistematica! La metafisica è dunque una disposizione naturale della ragione, che permette alla ragione stessa di spiegare al massimo le sue ali. Visto che noi filosofi serviamo a qualcosa? (la zappa sui piedi da soli, no, grazie!). Soprattutto, non c’è bisogno di far rientrare la metafisica dalla finestra, dato che dalla porta non è mai uscita.

A partire da questi presupposti, il buon Immanuel (che doveva essere un antesignano della raccolta differenziata) riciclerà le idee della metafisica in funzione etica e religiosa nella Critica della Ragion Pratica e nella Religione nei limiti della semplice ragione. Ma questo sarà argomento per un altro brano.

Per ora limitiamoci a dire che l’operazione di Kant dà il reale avvio al nichilismo moderno: la metafisica perde il ruolo centrale, la scienza dura acquisisce una funzione centrale anche nell’indagine filosofica; non sono altro che i prodromi dell’attuale crisi della filosofia e (attualissima) della scienza. Cosa ha fatto Kant? Nella sua foga di “etichettare correttamente” la metafisica, l’ha radiata dal compito di scienza. Risultato: se è solo scienza regolativa, manca poco a dire che è di “serie B” rispetto alle scienze dure.

Alla prossima, sul concetto di morale in Kant.

 

E.