Recentemente mi sono trovata a leggere L’immortalità del grande autore Milan Kundera (qualcuno ricorda L’insostenibile leggerezza dell’essere?).
Un libro particolare, strutturato, per così dire, a bocconi e spezzoni: storie si intrecciano, apparentemente senza un perché, capitoli senza azione narrativa ma unicamente riflessivi, la storia delle due sorelle-nemiche Agnes e Laura si alterna con il racconto su Bettina, giovane amante del vecchio Goethe, e con spezzoni “autobiografici” di Kundera e dell’amico Avenarius.
Il libro si apre in maniera di per sé sorprendente: l’Autore stesso, in attesa dell’arrivo del suo amico Avenarius, nota un gesto di una donna che saluta:
“La signora avrà avuto sessanta, sessantacinque anni. La guardavo, steso su una sdraio di fronte alla piscina di un circolo sportivo all’ultimo piano di un moderno edificio da dove, attraverso grandi finestre, si vede tutta Parigi. Aspettavo il professor Avenarius, con il quale mi incontro lì di tanto in tanto per fare due chiacchiere. Ma il professor Avenarius non arrivava e io osservavo la signora. Era sola nella piscina, immersa nell’acqua fino alla vita, lo sguardo rivolto in su verso il giovane maestro di nuoto in tuta che le stava insegnando a nuotare. Ora lei ascoltava le sue istruzioni: doveva aggrapparsi con le mani al bordo della piscina e inspirare ed espirare profondamente. Lo faceva con serietà, con impegno, ed era come se dal fondo delle acque risuonasse la voce di una vecchia locomotiva a vapore (quel suono idillico, oggi ormai dimenticato, che per coloro che non l’hanno conosciuto può essere descritto soltanto come il respiro di un’anziana signora che inspira ed espira forte vicino al bordo di una piscina).”
Un gesto, un singolo gesto perso nell’attimo, che esonera quella donna dal tempo. Che trasforma una sessantenne in una figura femminili già immersa nell’eterno. Da quel gesto nascono Agnes e Laura, le due figure centrali del romanzo, vero cuore pulsante della narrazione. È la loro dicotomia a tenere banco per gran parte del testo. Tutto il libro è, fin dal principio, un gran cicaleccio femminile, nel quale gli uomini hanno il ruolo di comparse o meri osservatori, spersi e spaesati in quel bizzarro caos rosa. Agnes, delle due sorelle, è l’intellettuale, non ama il suo corpo, non vuole e non crede nell’immortalità, è contorta e segreta, pur sposata e con una figlia adolescente (non poteva essere altro che femmina) ha un rapporto totalmente distaccato con la sessualità. La sua freddezza, si scoprirà, nasconde segreti, che tuttavia non la turbano né la coinvolgono. L’unica traccia emotiva di Agnes emerge quando pensa al padre defunto: quasi un vero Edipo irrisolto, con un sottaciuto odio per sorella e madre, le altre due figure femminili di casa. Laura è all’opposto: terrena, legata al corpo, emotiva e teatrale all’eccesso, ancora alla ricerca di qualcosa che la consacri, insegue l’amore e il principe azzurro e, ad ogni delusione, si consuma. Agnes e Laura non si capiscono reciprocamente. Diverse e distanti. Opposte quasi per necessità scenica. Laura che si nasconde dietro gli occhiali da sole, Agnes che non li porta per rivalsa. Laura eterna single infelice, Agnes (in)felicemente sposata con l’uomo giusto, Paul, e con una figlia a carico. Laura che “copia” il gesto di saluto dalla sorella, Agnes che sopprime quel gesto per dispetto. Viscerale Laura, chiusa Agnes. Laura, che cerca “l’atto sessuale perfetto” immerso nell’amore, Agnes, che “pratica sesso” con una freddezza letteralmente meccanica.
Anche la figlia, Brigitte ricopre un ruolo: è il prototipo del “terzo tipo” di donna, la pseudo-ribelle che in realtà non sa contro cosa si sta ribellando. Ma si tratta di una questione di principio.
Gli eventi in sé nella narrazione hanno un ruolo secondario, ciò che conta, sono le elucubrazioni di Agnes e le reazioni fisiche di Laura agli eventi, positivi e negativi. Il libro è, di fondo, una riflessione sul concetto di immortalità mediato dalle figure femminili. Questo giustifica anche l’inserimento delle vicende di Bettina nel romanzo: ella ha trovato la sua immortalità, stoica e letteraria. Agnes cerca invece un vero e proprio annichilimento: non vuole essere, non vuole essere ricordata (sintomatico il comprendere il padre anziano che distrugge le vecchie foto). Laura vuole essere ricordata, invece, e fa di tutto per questo obiettivo.
L’analisi dell’universo femminile diventa la chiave di interpretazione del concetto di immortalità.
Tuttavia… libro affascinante, che apre quesiti e permette la riflessione su di sé, ma, da donna, devo dire una cosa: un solo ho trovato; le donne che per tutto il romanzo volteggiano, parlano, meditano, strapazzano, sono piuttosto stereotipate. Milan Kundera sfiora appena l’universo femminile in questo romanzo, ma non riesce a penetrarlo a fondo. Intravvede la soluzione ma non la decifra. Per questa ragione i suoi personaggi femminili, ad una seconda analisi, ad un occhio femminile rivelano una certa “costruzione teatrale”.
Ma prendiamo comunque in mano questo romanzo (riflessione filosofico-psicologica?) con iducia e amore, e lasciamoci trasportare dal racconto. Ognuna di noi troverà più vicina Agnes piuttosto che Laura, ognuno di voi, signori, amerà di più Agnes piuttosto che Laura. O entrambe, perché no? Perché forse la soluzione della dicotomia e della teatralità sta proprio in questo: in ogni donna c’è un po’ di Agnes e un po’ di Laura che anelano, senza tregua, all’immortalità.
E.
Quello che mi piace di Kundera è la sua capacità di intrecciare la storia del romanzo con i commenti sulla storia e sulla letteratura. Anche in quest’opera lo fa. Eccezionale, perché non è facile mettere insieme elementi così eterogenei senza creare nel lettore un senso di estraneità.
Vero, una peculiarità incredibile e stimolante.
Grazie per la visita!