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Non c’era nessuno nei dintorni. Fuori di casa la città era deserta. Eppure, prima di uscire aveva visto il solito traffico, il solito movimento vorticoso pieno di fretta e di agitazione delle auto di primo mattino per la strada, i soliti passanti impazienti e agitati che correvano lungo i marciapiedi, ma una volta alla fermata dell’autobus non aveva visto più nessuno in giro. Doveva andare a scuola, come sempre, come tutte le mattine da anni, la strada la conosceva bene e sapeva bene della confusione che c’era al mattino e per quello bisognava uscire presto per non arrivare in ritardo alle lezioni, ma quella mattina aveva intorno a sé un vuoto desolante. Si sentì la bocca arida e si accorse che la paura aumentava in un crescendo massacrante, non potevano sparire così tante persone in così poco tempo e senza lasciare traccia. Il sole splendeva in unazzurrissimo cielo primaverile senza nubi e sembrava ridere sulla desolazione della grande città vuota.

Ma torniamo al nostro personaggio.Corse indietro verso casa, lì ci doveva essere qualcuno, aveva salutato i suoi appena cinque-dieci minuti prima, lì avrebbe di sicuro trovato qualcuno. Varcò velocemente il portone del suo condominio e corse su per le scale. Davanti alla porta di casa sua iniziò a suonare il campanello forsennatamente e contemporaneamente a bussare, per ricevere risposta. Ma sentiva l’eco dell’ironico “dling-dlong” risuonare nella casa vuota. Nessuno aprì, né udiva dei passi verso la porta, né la voce di qualcuno che dicesse: -Arrivo!- Non era possibile! Sua madre aveva la mattina libera, quel giorno, doveva per forza essere in casa, non usciva mai prima delle dieci e poi dalla fermata la avrebbe vista uscire dal portone con il cane. Forse era andata in bagno e non poteva venire ad aprire la porta. Con la mano tremante, prese il suo mazzo di chiavi di casa dalla tasca dei jeans. Aprì la porta, entrò e la richiuse dietro di sé. Lo sbattere della porta rimbombò contro le pareti del corridoio. Nessuno! Oh, mio Dio! Non era possibile! Non c’era nessuno nel bagno, né in cucina, né in salotto, né nelle camere. L’ansia era tale che sentì assalirsi da conati di vomito. Non poteva non esserci nessuno, neanche il suo cane c’era, né il criceto! Non potevano essere spariti tutti! Andò in camera sua e svutò lo zaino dai libri. Non sarebbero serviti a molto quella mattina. Al loro posto prese una maglia e cibo e bevande dalla cucina. Fosse stata l’ultima cosa che faceva in vita sua, avrebbe trovato qualcuno. La verità sarebbe saltata fuori, prima o poi.
Uscì di nuovo e stava per chiudere la porta a chiave, ma non lo fece e accennò un mezzo sorrisetto sarcastico: a cosa serviva chiudere se non c’era nessuno? Scese le scale di corsa e si slaciò fuori dal portone. Poi si fermò un attimo e cercò di ragionare: dove poteva andare per vedere se c’era qualcuno? Decise di dirigersi comunque verso la scuola. lì forse avrebbe trovato almeno un’altra persona.
Mezz’ora dopo si trovava davanti alla scuola. Anche lì non c’era nessuno, Il portone però era spalancato. Lo varcò. Esplorò le aule, i laboratori, la presidenza: non c’era verso di trovare un’altra anima viva. Anche in quell’aula che odiava e in cui soffriva alcune ore tutti i giorni, e dove lottava durante le interrogazioni con l’odiatissima profesoressa di lettere. Si accasciò ai piedi della cattedra e cadde in un sonno profondocausato dalla paura.

Era ormai quasi il calare del sole, e il nostro personaggio aveva esplorato tutta la città senza trovare alcun indizio utile, o qualcuno, Spesso aveva sussultato al frusciare delle fronde o al rumore metallico di una lattina che il vento aveva strappato da un bidone dell’immondizia. Ormai la ricerca non aveva più senso. Se solo avesse potuto sapere cosa era successo. La complet solitudine avvolgeva la megalopoli e i suoi grattacieli, le sue villette in periferia, i suoi quartieri poveri e cadenti, senza che nessuno vi si aggirasse, nemmeno i gatti randagi che spesso dormivano accoccolati nella spazzatura o i cani accattoni e solitari che vagavano senza meta per le strade in cerca di cibo. La desolazione della città pervadeva anche il suo animo. La stanchezza, la depressione, lo sconforto facevano parte delle sue sensazioni interiori. Si sedette per terra, tra l’asfalto e la polvere, con la testa tra le mani. Tirò un urlo: -Perché?-
Alzò nuovamente la testa: una luce bianca, abbacinante ora invadeva il cielo che avrebbe dovuto essere rosso del tramonto. Scattò in piedi, fissò la luce: ora udica risa, pianti, urla di dolore e di gioi. Tra le lacrime scoppiò in una risata scomposta, convulsa, isterica. Ora capiva tutto. Camminò come sotto ipnosi continuando a ridere e piangere verso il bianco bagliore che si faceva sempre più vicino. Ora capiva quello che aveva davanti: quella luce era il Tutto, il Nulla, l’Essere Perfetto, il Nirvana, la Gioia, il Dolore e soprattutto l’Inizio e la Fine.

E. 1999

Pubblicato su LeoVinci n° 10 Novembre 1999
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