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Ho riletto per l’ennesima volta (siamo ormai oltre la decima) il meraviglioso romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, “Il Gattopardo”. Ogni volta resto affascinata dal perfetto lirismo dell’opera. E ogni volta mi domando “Ma perché lo bollano semplicemente come romanzo storico?”

Mi spiego meglio. Se pure è chiaro come la luce del giorno che il romanzo è ambientato in un’epoca storica precisa, in un ambiente definito, non si limita ad essere uno spaccato di quel periodo travagliato che fu quello dell’unificazione d’Italia, non è solo la rappresentazione del declino dell’aristocrazia borbonica. In realtà è molto di più. Dietro la facciata del romanzo storico, facciata sottile a dire il vero, emerge la natura reale dell’opera: una riflessione poetica e filosofica insieme sulla morte. Questo è, a mio avviso, più di una semplice ipotesi, ma è un elemento, per così dire, “certificabile” lungo tutto il corso dell’opera. La grande disillusione che pervade le pagine del “Gattopardo” deriva da quel senso di morte incombente che viene nell’opera presentato come radice ultima dell’esistenza, non tanto da fattori politici, sociali, storici. Il vero “bisogna che tutto cambi, affinché tutto resti com’è” si risolve in questo.

Proviamo a effettuare una breve galoppata fra le pagine del testo per rendercene conto.

Mai incipit fu più significativo di quel “Nunc et in hora mortis nostrae. Amen“. Subito entra in gioco la vera protagonista, il Principe Fabrizio è l’unico personaggio in grado di cogliere appieno ciò che si nasconde sotto la superficie: dopo il rosario i suoi pensieri sono subito di morte (il giovane militare trovato morto in giardino poco tempo prima). Anche successivamente, nell’uscita dopocena a Palermo, a trovare Mariannina, l’atmosfera è pesante: la città appare immobile  e ferma, un immobilismo mortale, mentre i fuochi ardono su per la Conca d’Oro. Lo stesso incontro con Mariannina è, per il Principe stesso, una sorta di divertissement atto ad annullare, anche solo per pochi istanti, la consapevolezza dell’esser mortali.

Il viaggio per Donnafugata ha un sapore particolare, non dissimile da quello dei viaggi infernali della letteratura antica, tutto ha l’aria di essere un sogno angoscioso, un incubo da agonizzante, fino all’arrivo surreale nel paesello.

I presagi della vera natura delle cose si susseguono a ritmo serrato; lo stesso arrivo di Angelica, bella e gelida, e la sua “estate di San Martino” con Tancredi non sono altro che un intreccio continuo fra eros e thanathos in cui il primo vela la seconda. I giovani sono protagonisti ignari di una trama già decisa, solo la cecità propria della gioventù non fa scorgere loro i segni di ciò che li attende e che emergono ad ogni aprirsi di porta nell’immensa residenza donnafugasca.

È lo stesso Principe a rivelare come l’anima della realtà sia fatta di morte, un’evidenza che gli viene dalla natura stessa della sua odiosamata Sicilia: “la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera o di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che volesse scrutare gli enigmi del nirvana“.

Anche la torbida vicenda della nipote di Padre Pirrone, una sorta di versione popolana dell’amore “aristocratico” di Angelica e Tancredi (sagacemente indicato nel nome della ragazza, Angelina) rientra nello stesso schema: tutto si riduce a una manciata di polvere, a piccolezze umane che rivelano come la morte faccia danzare tutti attaccati allo stesso filo.

Un intreccio che tocca il suo culmine nella serata del ballo a casa Ponteleone, dove il Principe medita senza soluzione di continuità, rimanendo a fissare l’olio “La morte del giusto”, staccato solo dalla battuta, significativissima, di Tancredi “Corteggi la morte?“. Anche il valzer del Principe con Angelica rappresenta la vita in sè: una danza lenta, con una dama, una dama misteriosa.

Questa dama è la morte, che si palesa in tutto il suo mistero e in tutto il suo fascino nelle pagine che narrano la fine del Principe Fabrizio: è lei che viene a prenderlo e portarlo via, fra gli spazi interstellari che tanto aveva agognato.

Ed ecco come qui si sveli la vera natura del romanzo; esso non termina con la morte del principe, ancora non tutto è tornato alla terra. Ancora Concetta, con la sua vità a metà, spezzata e infranta dall’amore infelice per Tancredi, deve mostrare la sua immagine di morta: non serve mostrare i suoi ultimi giorni, perchè lei era già morta, dentro, da anni. Per sua stessa colpa, perde l’unico suo grande sentimento, l’unico suo appiglio che le potesse consentire di godere dell’effimera vita. A quel punto ogni ricordo diventa dolore puro e presagio mortale. Anche il povero Bendicò impagliato, viene gettato via.

È proprio la fine del cane impagliato  a cocnludere, in un circolo perfetto con l’inizio, il romanzo in modo sublime, sigillandolo con la sua reale chiave di lettura: “Poi tutto trovò pace in un mucchietto di polvere livida

E.

Nota: le citazioni sono tratte da Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli, Milano 1967 (XIII ed.)
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