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Lentamente salì a piedi fino alla Spianata di Castelletto. Le piaceva la vista che si poteva godere di lassù, lo sguardo poteva spaziare sopra i tetti di Genova, e vedere in un solo colpo d’occhio le ardesie e il mare. Era piuttosto tesa e sovrappensiero, la testa era “troppo piena”, come se un peso eccessivo le fosse caricato sulle sue esili spalle. Un passo dopo l’altro raggiunse il limite della Spianata e si appoggiò alla ringhiera. Guardò lo spettacolo le si parava davanti: uno degli scorci più belli e suggestivi che la sua città, odiata e amata, le potesse regalare. Era l’inizio del tramonto, quando il sole tinge di rosa e arancio l’acqua del mare e trasforma in rosse le grigie ardesie, in uno spettacolo surreale. Appariva bella Genova, vista da lassù, lontano dal concreto. Ma bastava un occhio più attento per scoprire la verità. Qua e là impalcature, gru, edifici orrendi che stupravano il cuore antico della città. Il mare in fondo, quella sera calmo, che aumentava il senso di immobilismo. Quella era la precipua caratteristica di Genova, l’immobilità, l’essere improntata all’etica del “maniman”, il rifiuto di ogni novità che potesse scuoterla dal suo torpore. Come una bella donna ormai in fin di vita, con ampie ferite ormai piene di vermi a cui nessuno aveva intenzione di porre rimedio. Una città agonizzante, soffocante e paralizzante comela Dublino di Joyce. Questa era ormai Genova. Un Leviatano, che tentava di ingoiare i suoi figli, soffocandoli. Nessuna prospettiva per voglia di creare e gioventù. Una città in stato terminale.

Se n’era accorta ormai anche lei, anche lei aveva rischiato di essere ingoiata da quel mostro accomodante che le si stendeva davanti. Era bastato un singolo evento a scuoterla dal torpore atarassico in cui era caduta anni prima, e nel quale neppure si era accorta di cadere. Sorrise a se stessa. Una sorta di tempesta in miniatura che l’aveva salvata da se stessa e dalla paralisi. Era tornata viva, di nuovo capace di stare in piedi e combattere di nuovo. Ma questa volata non sarebbe rimasta. Non avrebbe più atteso, non sarebbe rimasta ferma. No, la sua prospettiva era adesso quella di chi ha in mano un biglietto aereo, senza ancora destinazione, ma ha già la mente pronta a partire. Non voleva soffocare lì, dove le idee languivano e marcivano e le opportunità non arrivavano. Era giunta l’ora di assumersi un rischio. Le sovveniva la frase di un libro letto a sedici anni, ormai un evento che si perdeva nella notte dei tempi per lei quasi trentenne, una frase semplice che suonava più o meno così: “Ci sono persone che vanno e persone che restano, ma talvolta non ha alcun senso restare”.

Questa era la nuova lei che era emersa, con metodo maieutico. Non voleva restare, sentiva che stava rischiando di perdere l’ultima opportunità, prima di essere davvero troppo vecchia. Sorrise di nuovo, le riusciva ancora bene a passare per ventenne quando ne aveva già quasi dieci di più.

Un cambio radicale, quello che era avvenuto in poche settimane in lei, e lo doveva a lui, a quella persona speciale che era ricomparsa da un nulla lungo anni per scuoterla e riportarla alla luce.  Era merito suo se lei aveva capito che aveva passato gli ultimi anni, quasi un decennio, a mentire a se stessa in molti, troppi campi. Era lui che da sempre le poneva quelle domande che scuotevano le sue false certezze e la obbligavano a guardarsi in faccia. Questa volta lui aveva scovato il suo demone, quell’atarassia totale che la stava bloccando. Ora si trattava solo di agire. Solo. Cosa complessa per un essere cerebrale come lei, ma non impossibile. La svolta sarebbe stata reale e concreta, lo sapeva, lo sentiva. Era talmente terrorizzata dalla paralisi che non avrebbe più potuto fermarsi. Voleva sciogliere le vele e salpare. Alea iacta est. Paura? Forse, ma mista a una strana eccitazione che le dava la spinta a proseguire e non volersi voltare indietro. Tante cose da fare, tanti mutamenti da apportare, tante cose da dire. Troppo e tutto insieme, ma ce l’avrebbe fatta. Lo sentiva.

Si staccò dalla ringhiera, guardò verso il mare immobile sotto l’ultima bava rossastra di sole. Voltò le spalle a tutto prima che il buio iniziasse a ingoiare il paesaggio. Il primo passo era mosso. Non sarebbe restata. Non si sarebbe più voltata indietro.

E.

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