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Who wouldn’t be the one you love?
Who wouldn’t stand inside your love?
Protected and the lover of
A pure soul and beautiful you.[…]
Who wouldn’t be the one you love and live for?
Who wouldn’t stand inside your love and die for?
Who wouldn’t be the one you love?
Smashing Pumpkins –  Stand Inside Your Love

Il grande capolavoro di Michail Afanas’eviĉ Bulgakov è stato, nel corso dei settant’anni che finora hanno seguito la sua pubblicazione, analizzato, masticato, interpretato, triturato sotto molteplici aspetti: demonologia, apocalittica, politica, mistica e chi più ne ha più ne metta.

Leggendolo, l’impressione che se ne ha, è che sia un’opera speciale, di quelle opere che, a un artista, possono capitare una sola volta nella vita e che nascono dal più alto dei moventi. È forse un caso che l’adorata Eléna Sergeévna, moglie di Bulgakov, abbia accompagnato tutta la stesura del libro?

Cosa intendo dire? Il tema del romanzo si può in effetti riassumere in una citazione di Oscar Wilde: “Il mistero dell’Amore è più grande del mistero della Morte”. Ma vediamo nel dettaglio cosa cela il romanzo sotto il suo linguaggio ridondante e barocco.

Il diavolo, Woland, scende sulla Terra, nell’atea Mosca sovietica, dove nessuno crede nemmeno a lui, e porta scompiglio per la città con il suo sgangherato seguito, fatto di figure indelebili come Fagotto, il gatto Behemot, il démone Azazello, la bella strega Hella. Lo scompiglio che porta è una cornice, un contorno che ha un duplice effetto, di ascondimento e disvelamento. Difatti, il primo compito degli eventi bizzarri che colpiscono la pigra e atarassica Mosca è mascherare sotto il caos dell’ineluttabilità del principio di causalità (si guardi all’olio di girasole di Annuŝcka) la vera missione che Woland è venuto a compiere: portare via il Maestro, che col suo romanzo (i cui capitoli inframmezzano magistralmente la narrazione principale) ha percepito la vera storia di Jehoshua e di Ponzio Pilato. Il romanzo del Maestro dice la verità, e questa verità non deve essere divulgata.

Il secondo ruolo della confusione che il seguito satanico porta a Mosca è di puro disvelamento; emerge tutto il nonsense della legge di causalità, la reale assurdità del modo reale. Con uno sguardo nel manicomio ove il Maestro e Ivan sono reclusi, si scopre che i veri pazzi sono quelli fuori, che non sanno vedere e non sanno capire. Il Maestro è un visionario, per questo suo dono paga con il marchio del folle. Cos’altro rivela il caos? Che in mezzo al nonsense solo l’Amore rimane e resta redentivo. La figura di Margherita, tenera, fragile, forte, è l’emblema di tutto questo, e lo strumento di Woland è obbligato a servirsi per portare a termine la sua missione.

Come definire Margherita se non come una martire d’Amore? Lo stesso Bulgakov ce la presenta con parole inequivocabili, che ne rivelano la portata e la natura: “Vieni con me, lettore! Chi ti ha detto che non esiste sulla terra un amore vero, fedele, eterno? Venga tagliata la ripugnante lingua al mentitore! Vieni con me, mio lettore, soltanto con me, e ti mostrerò questo amore!”. Così Margherita viene introdotta al lettore. È una donna infelice, ardente, dotata anch’ella del dono della visione (cos’altro indicherebbe “il leggero strabismo a un occhio” che ne segna la bellezza misteriosa?), che ama il Maestro senza limiti e senza possibilità di redenzione. Infelice, per quanto, agli occhi ciechi degli altri, avesse tutto ciò che si potesse desiderare: “Che cosa mancava a questa donna?! Che cosa mancava a una donna nei cui occhi bruciava un inspiegabile fuocherello, che cosa mancava a quella strega con un leggero strabismo a un occhio che in quella giornata primaverile si era ornata di mimose?”.

Margherita è fin da subito la donna delle percezioni e delle visioni, è la donna cui la vita non offre più nulla una volta perduto l’amore, il Maestro. Ella stessa si chiede: “Perché sto qui seduta, sola come un cane, sotto le mura? Perché sono esclusa dalla vita?”. L’Amore è il suo reale dominatore, e senza l’oggetto di tale potenza la vita per lei non esiste più. Nulla ha più importanza per lei, persa nelle memorie, e nelle reliquie del Maestro: una foto formato tessera, pagine del romanzo salvate dalle fiamme in cui il Maestro stesso, oltraggiato dalla critica, le aveva gettate. Non ha nulla da perdere perché la sua unica ragione di vita, quell’Amore che è la sua essenza, risiede solo nel Maestro. Quanto grata le appare la proposta di Azazello di porsi al servizio di Woland per poter rivedere il suo Maestro! Margherita, l’anima pura e bella, diventa strega per Amore, per riportare a sé il Maestro, per poter di nuovo donarsi pienamente. Questo è il tratto dominante di Margherita, il suo essere tutta in funzione dell’Amore. Ha incontrato l’altra parte di sé nel Maestro, sono due visionari che si incontrano, da subito compatibili. Cos’è per lei ormai il ballo di Satana, l’incontro con omicidi e malfattori, di fronte alla prospettiva di ritornare col Maestro, di far tornare il Maestro nel suo Amore? Non è una figura di fantasia, quella di Margherita, Bulgakov l’ha trovata nella moglie Eléna: quale donna, donata di una simile capacità d’Amore, magari rifiutata, non volerebbe con Margherita a cavallo di una scopa al ballo di Satana, pur di raggiungere l’oggetto su cui riversare la potenza che la domina?

Di fronte a Margherita persino la figura del protagonista, del Maestro, diventa quasi scialba, non ha la stessa vitalità e potenza. Anche la sua capacità di visione risulta superiore, come solo nell’addio al povero Ivan ci viene infine rivelato: “Mi creda,” dice Margherita ormai ombra al povero letterato “io ho visto tutto e so tutto”. Non solo, è Margherita a essere la chiave redentiva del romanzo; è il suo Amore a permettere a Woland di compiere la sua missione e di far concedere al Maestro da parte di Jehoshua stesso (è Levi Matteo a portare l’annuncio) il perdono e la pace. Solo da morti i due amanti diventano inseparabili, tutti e due raggiungeranno, scortati da Woland e dal suo seguito ormai denudato dell’aspetto goliardico terrestre, il luogo di pace che spetta loro. Di pace eterna ma non di Luce eterna. Il Maestro non ha meritato la Luce perché ha bruciato la sua visione più grande, il suo romanzo. Margherita perché “chi ama deve condividere la sorte dell’amato”, ma la cosa non la rattrista: “Io veglierò il tuo sonno” promette al Maestro. Per lei è quella la Luce eterna.

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