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Tanto per cambiare un po’, volevo chiacchierare su un libriccino di Jerome K. Jerome. Sì, il celeberrimo autore britannico di Tre uomini in barca (per tacere del cane), esilarante volume (rileggete le pagine sull’ipocondria, sono spassosissime) noto in tutto il mondo per le vette di comicità che raggiunge.

Meno noto, invece, un suo volumetto I pensieri oziosi di un ozioso che raccoglie una serie di saggetti umoristici usciti a puntate su un mensile. Come definirlo? Una raccolta di riflessioni e di pensieri, in equilibrio tra lo humour e il solido  common sense anglosassone. Certo, le pagine “serie” sono forse le meno riuscite dell’intero volume, ma sono in netta minoranza.

Jerome stesso afferma “Questo mio volume non eleverebbe una mucca […] Posso solo suggerirvi, quando sarete stufi di leggere i ‘cento libri più belli’, di prendere in mano questo per una mezz’oretta. Sarà un diversivo”. Dunque, nessuna pretesa, se non quella di divertire e di “ciarlare” un po’ col lettore. La dedica del libro mostra subito l’intento del volumetto “Alla carissima e prediletta AMICA […] alla mia vecchia e gagliarda  PIPA questo libriccino è dedicato con gratitudine e affetto”. Sì, avete letto bene, quale compagna più fedele della propria pipa?

Le riflessioni “saltellano”, letteralmente, qua e là, toccano la questione del tempo, dell’amore, degli animali domestici, dei bambini. Indimenticabile, nella parte intitolata “I cani e i gatti”, la presentazione di Tittums.

“Tittums è la nostra micina, e ha circa le dimensioni di un rotolo di soldini. Aveva la schiena inarcata e imprecava come uno studente in medicina. […] A dirvi la verità […], ma sapete, proprio in confidenza, io ritengo che imprecare faccia bene […] Imprecare allevia i pensieri, proprio così. […] Tutto questo lo dissi a Tittums. Le dissi che avrebbe dovuto vergognarsi di se stessa, tanto più che era stata allevata in una famiglia per bene. Io non me la prendo molto, se sento imprecare un vecchio gatto, ma non posso sopportare che un semplice micino si lasci andare in quel modo.”

Successivamente, tutta la riflessione inizia a costruire un quadro totalmente nuovo e fortemente comico del rapporto uomo-animale domestico, tra ironia (la balordaggine del cane e l’astuzia del gatto) e momenti di tenerezza. Da rileggere il quadretto familiare in cui il capo famiglia si affida interamente al giudizio di Fido per decidere sul conto del fidanzato della figlia “Se Fido non vuole fare amicizia con una persona […] vuol dire che non bisogna fidarsene.  Sai bene, Maria, quante volte l’ho detto. Ah, lui certe cose le sa, che Dio lo benedica!”

Il buffo irrompe prepotente nella realtà seriosa.

E la parte sui bambini? Dove bambinaie-virago mollano infanti spelacchiati in braccio al povero scapolo che non sa più come comportarsi: “Un uomo (un uomo non coniugato, intendo) non è mai in condizioni peggiori di quando deve affrontare il cimento di ‘vedere bebè’. La sola proposta gli fa correre un brivido giù per la schiena, e il sorriso malato con cui dichiara che ne sarà felicissimo dovrebbe muovere a compassione persino il cuore di una madre”.

Poi l’amore: “è come il morbillo, dobbiamo passarci tutti. E, sempre come il morbillo, lo si prende una volta sola. […]L’uomo che l’ha già contratto può andare nei luoghi più pericolosi, e affrontare i rischi più tremendi con perfetta sicurezza.”.

Il tempo. Quello atmosferico, si intende, mutevole come una fanciulla, e perciò incantevole, almeno per i poeti. Che dire poi degli abbaini? Dove Rousseau teorizzò che il massimo della felicità “consisteva in un orticello, una donna amabile e una mucca. Arrivò fino all’orticello, ma la donna non era amabile e si portò dietro la propria madre. In compenso la mucca non c’era”. In realtà, afferma Jerome, “lo stomaco è la vera sede della felicità”.

Ma lascio a voi la lettura. Lasciamo davvero un po’ da parte “i cento libri più belli” e abbassiamoci a sorridere della quotidianità. È molto più assurda della fantasia. E molto più divertente.

E.

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