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«Colui che soffre fortemente vede dalla sua condizione, con una terribile freddezza, le cose al di fuori: tutte quelle piccole ingannevoli magie in cui di consueto nuotano le cose, quando l’occhio dell’uomo sano vi si affissa, sono invece per lui dileguate; anzi egli si pone dinanzi a se stesso privo di orpelli e di colore. Ammesso che sia vissuto fino a quel momento in qualche pericolosa fantasticheria, questo supremo disincantarsi attraverso il dolore è il mezzo per strapparlo ad essa: è forse l’unico mezzo.»
F. Nietzsche, da Aurora: Della conoscenza di colui che soffre

Parole tremende, laceranti, spesso attribuite soltanto alla condizione  di salute di Nietzsche. Eppure, rivelano molto di più. Sono un’acutissima analisi della sofferenza come mezzo e conseguenza del concetto di visione, applicabile alla Filosofia e all’Arte, alla creatività umana in generale. Non c’è linearità nella creatività, vi sono picchi immensi, la gioia sovrumana del “vedere” e l’abisso illimitato del soffrire. Del soffrire un certo grado di “differenza ontologica” rispetto a chi non ha la benedizione/maledizione di “vedere”. Questo grida Nietzsche in queste poche righe. Una sorta di trasvalutazione del senso, che proviene da elementi interiori e non esteriori per il visionario. Molti, troppi, gli esempi della produttività estrema di una simile condizione. Ascoltate:

Un’opera geniale, quasi un culmine. Frutto del periodo più travagliato della vita di un artista eccezionale come Mozart.

E ancora:

Che cosa dire di queste pennellate violente e perfette, totale espressione del travaglio interiore e della propria duplicità?

Non sono ciò che Nietzsche sta esprimendo? quella capacità di tirare fuori tutto ciò che è parte del sè per trasvalutarlo in una dimensione di pura Bellezza?

E.

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