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Ogni tanto perdo del tempo a riflettere su chi sono e soprattutto sul mio essere nel mondo, in perenne relazione con altri. Un pensiero che va avanti come corrente inarrestabile. Non c’è solipsismo che tenga, volere o volare, posso essere individualista quanto mi pare ma mi trovo sempre e comunque in relazione con altri. Una relazione non sempre semplice, che si alterna tra alti e bassi, tra fasi di rifiuto nell’adolescenza a una nuova strutturazione in età più matura. Una relazione che si evolve anche (soprattutto?) in base alla conoscenza e alla consapevolezza che ho delle varie sfaccettature del mio Io. Più aspetti condensati in un’unica persona, obbligati per loro natura relazionare al contatto con altri da sé (anch’essi sfaccettati e molteplici). Una semplificazione può aversi considerando le nostre due parti fondamentali: quella socialmente riconosciuta e il nostro b-side. Due parti che, se nell’adolescenza possono trovarsi in netto conflitto fra loro e “viversi” reciprocamente come due persone distinte, devono trovare una loro ricomposizione nell’unità della persona, trovarsi insieme come aspetti della medesima unità, e non più come “Dottor Jekyll e Mr Hyde”. Altrimenti si rischia di rimanere in un’immaturità schizofrenica capace di inibire qualsiasi progresso. E di fermare la relazione con altri a livelli di infantilismo radicato. Più ci si conosce e si è consapevoli di “Io sono questo E anche quello”, più è facile entrare in relazione con altri, utilizzare tutte le possibilità della propria persona per comprendere, avvicinarsi, allontanarsi, decidere: in una parola, relazionarsi. Certo l’approfondimento del sé non è facile e lineare, tutt’altro. Costa fatica, dolore, lotta. Talvolta è molto più semplice schermarci dietro uno solo dei nostri aspetti o continuare a vivere schizofrenicamente le due parti del sé, magari addossando proprio al “mondo esterno”, agli “altri”, la “colpa” del non voler (poter) riconoscere uno dei propri lati. Sicuramente il mondo esterno, la società ha le sue esigenze, che talora contrastano col proprio io profondo. Ma anche in questo caso bisogna imparare a comprendere se il contrasto sia reale o meno. Talvolta ci creiamo il contrasto solo per esternalizzare insuccessi e insoddisfazioni profonde, non volendo vedere quanto di nostro c’è nel piegarsi a un’imposizione o presunta tale. Solo conoscendo a fondo il proprio lato oscuro si può costruire un io completo capace di vivere a tutto tondo nel mondo, capace di discriminare tra imposizioni reali e virtuali, e capace di agire di conseguenza, senza pregiudizi. Se so chi sono, so cosa voglio e dove voglio arrivare. E solo allora posso trovare le sane energie per battermi e per andare avanti. Senza recriminazioni o rimpianti.

E.

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