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Più vado avanti nella mia vita, più mi rendo conto di identificarmi nell’epitaffio di Dorcas Gustine della Spoon River Anthology. Dorcas è onesta e diretta, una figura che rompe i silenzi e le ipocrisie del villaggio (nota: alcune traduzioni ufficialii italiane vedono Dorcas come un personaggio maschile, ma il nome Dorcas è strettamente femminile… misteri!).

Non ero amata dai compaesani, ma questo perché dicevo quello che pensavo e affrontavo coloro che mi avevano offeso con aperte rimostranze, senza nascondere o nutrire né rancori segreti né rammarichi. Si tratta di un’esperienza che mi capita spesso. Non amo tenermi dentro le offese, preferisco dire come mi sento. Eppure la cosa è vista come una terribile colpa. Si è considerati “inaffidabili” o “pericolosi destabilizzatori” di equilibri fasulli. Sembra che per essere “civili” si debbano subire le offese e non dire chiaramente ciò che si pensa e ciò che si sente, tantomeno si può reagire in modo da tutelarsi, allontanandosi da chi ci fa del male. Per la società attuale bisogna essere falsi, ipocriti e bugiardi, violentarsi a subire, salvo poi vomitare veleno alle spalle. Se si agisce come Dorcas, non si è amati dai compaesani. Quel non essere amati, però, cela anche l’invidia di chi è incapace di esere onesto con se stesso e con gli altri e che preferisce dire che sei “preoccupante”.

È molto lodato il gesto di quel ragazzo spartano, il quale nascose il lupo sotto il suo mantello e se ne lasciò divorare senza un lamento. Ecco l’ottica degli “altri”, dei “compaesani”: celare ciò che fa male, e lasciarsene interiormente lacerare, fare a brandelli, distruggere, decomporre. Questo è ciò che sarebbe “da lodare”. Non per Dorcas. Non per me.

Credo che sia più coraggioso strapparsi il lupo di dosso, e combatterlo apertamente, anche in mezzo alla strada, fra la polvere e le grida di dolore. Ecco la vera rettitudine: strapparsi di dosso ciò che fa male, affrontarlo a viso aperto e combatterlo, senza lasciare che ci distrugga, per permetterci di essere migliori e guardare il domani a testa alte. Non importa se tutti ci guardano, se rotoliamo in mezzo alla strada polverosa col nostro aagressore spirituale: ciò diventa evidente e chiaro come il sole, non ci sono dubbi, oscurità o incertezze.

La lingua può essere un organo ribelle, ma il silenzio avvelena l’anima. Non sempre è accettata la verità detta, ma tenersi dentro chiuso nel silenzio ciò che ferisce è un lento avvelenamento, che rende falsi, prepotenti, peni di pregiudizi, timorosi dei pregiudizi altrui. Non ricordo chi disse: “Vuoi sapere come parlano di te quando non ci sei? Ascolta ciò che dicono gli altri di chi non è presente”. A questo porta quel veleno.

Mi critichi chi vuole, io sono soddisfatta. Anch’io.

E.

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