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Mi rimbomba in testa una frase da qualche giorno… non so neppure da dove la mia memoria la abbia pescata, ma ho la sensazione che si ricolleghi alla mia adolescenza, a quindici anni fa. Un brano forse, o qualcosa del genere. Non è farina del mio sacco. Deserti… “il deserto è pensare di essere felici”. Non mi riesco a ricordare da dove sbuchi questa frase, ma la sento viva e bruciante. Descrive bene quell’annichilimento nella routine che svuota tutto di significato, che fa procedere come automi, che fa credere di essere felici mentre invece in quel momento non si è niente. Fa pensare ai deserti metafisici di De Chirico, lancinanti, soffocanti, baratri rossastri privi di speranza. Si tratta di un qualcosa che ho temuto ad ogni passo, e che ho sempre combattuto: il deserto come vuoto.

stradaSi tratta di un qualcosa che vedo spesso intorno a me, in sorrisi scevri di senso, e vite automatiche senza riflessione. Io voglio capire quel vuoto, urlargli contro, non rassegnarmi mai ad esso. Il deserto è una strada, mai una meta. Può far parte di un tratto del nostro cammino, ma, proprio perché siamo in cammino, non ne è la destinazione finale. L’esperienza del deserto la si vive in certi periodi, se non ci si abbandona ad essa diventa sorgente limpida di nuove domande, di nuova ricerca. Risposte, chissà, ma ciò che conta sono le domande, perché sono quelle che ci danno la forza di camminare e continuare ad andare avanti, zetetici, spinti dalla curiosità, così come la bambina in Mistero d’una strada spinge il cerchio e va oltre la strada, oltre il deserto.

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